Dopo l’abozao colombiano, ci spostiamo un po’ più a sud, precisamente in Perù dove si suona il Festejo.
Questo genere musicale, coem suggerisce il nome, è suonato durante le feste tradizionali e ha un ritmo veloce e incalzante e viene eseguito da orchestre piuttosto ampie dove lo strumento principale è il cajon. Questo è uno strumento a percussione tipico del Perù che discende dai tabumri di pelle usati in tempi remoti. Altri strumenti che si trovano di solito durante l’esecuzione del cajon sono i bonghi, le congas, le chitarre e le quijadas.
Il festejo con tutta probabilità ha origini africane ed è stato tramandato fino ad oggi dalla popolazione creola della costa peruviana, composta dai discendenti degli schivi portati nel continente sudamericano. Naturalmente quella africana è solo una parte del festejo. La musica è stata influenzata nei secoli dalla tradizione andina e sudamericana in generale. Da qui la composizione puttosto varia dell’orchestra che suona il festejo.
La danza eseguito durante il festejo, potrebbe ricordare un ballo acrobatico improvvisato o addirittura la tradizione dei balli influenzati dalle arti marziali come la brasiliana Capoeira.
Oggi il festejo viene ballato indistintamente da uomini e donne di ogni età, ma si è conservata la libertà di movimento delle origini, visto che nel tempo non è stata canonizzata nessuna coreografia fissa.
L’ abozao è una musica e una danza tipica colombiana, precisamente della regione del Chocó, che si trova nella zona ovest della Colombia.
L’etimologia del termina abozao deriverebbe dalla parola boza, cioè la cima usata per legare le barche nel porto e infatti proprio una corda è usata durante il ballo: gli uomini per attirare a sé le donne lanciano una fune per “acchiappare” le compagne di danza. L’abozao infatti è una danza di corteggiamento, dove gli uomini corteggiano appunto e le donne ammiccano ai propri futuri cavalieri.
la chirimía
Tranne che nelle rappresentazioni folcloristiche, dove per ovvi motivi i movimenti sono studiati e codificati, l’abozao non prevede passi predefiniti e i danzatori tendono a muoversi liberamente ispirati dalla musica.
Lo strumento più importante dell’abozao è la chirimía, cioè uno strumento a fiato che ricorda il nostro oboe. L’abozao prevede un ritmo incalzante e piuttosto veloce che mira a coinvolgere i ballerini in una danza frenatica.
Qui alcuni video di manifestazioni dove si balla l’abozao:
In Sardegna la musica tradizionale è al giorno d’oggi un’espressione assai viva e variegata, connessa con gli scenari della vita comunitaria quotidiana e festiva. Lungi dall’essere sterile folklore, essa viene eseguita ed ascoltata da uomini e donne di ogni età e condizione sociale, associata a comportamenti, significati e valori collettivamente partecipati. Molti sardi continuano a comunicare attraverso forme musicali ereditate dalla tradizione del passato semplicemente perché trovano in esse un mezzo idoneo ad esprimere se stessi all’interno della loro realtà contemporanea, funzionale al loro modo di vivere e di stare con gli altri, adeguato a manifestare la propria identità. Tale attualità garantisce la vitalità dei repertori che si continuano a cantare e suonare, i quali, diversamente, finirebbero nel dimenticatoio, come altri nel passato. Non stupisce che accanto agli scenari esecutivi più tipici della tradizione, come le feste religiose e profane, si siano definiti nuove occasioni e nuovi contesti esecutivi, adattatisi al mutare dei modi di vita e della comunicazione: è il caso ad esempio delle trasmissioni televisione o radiofoniche incentrate sulla musica tradizionale o del frequente ricorso all’incisione discografica da parte di molti cantori e suonatori. La maggiore disponibilità di tempo libero dal lavoro permette a molti esecutori di specializzarsi in modi sconosciuti nel passato, elevando mediamente il livello della pura tecnica musicale. Il fenomeno è alla base della diffusa tendenza alla formazione di gruppi di esecutori stabili che operano in modi semiprofessionistici. Un caso particolare è il fiorire dei cosiddetti gruppi folk che, ben diversi dai gruppi folkloristici che operano nel resto d’Italia, contribuiscono a rielaborare continuamente il senso di appartenenza alla comunità locale (“sa bidda”), tratto di grande rilievo dell’essere sardi.
In Sardegna la musica tradizionla è tutt’altro che folklore sterile. Qui la musica è parte integrante della cultura contemporanea e della vita comunitaria quotidiana. Viene ascoltata non solo da le persone in là con gli anni, legate al passato ma anche da giovani e in generale da persone di ogni estrazione sociale. D’altra parte si può dire tranqiullamente, senza rischiare di scadere in facili luoghi comuni, che i sardi sono particolarmente legati alle proprie tradizioni e alla loro propria identità. Questo però non significa che la musica sarda –o meglio le musiche come vedremo- si siano cristallizzate in un passato remoto. Anzi, il momento coplesso che sta vivendo questa musica testimonia come gli influssi di altri luoghi e di altri tempi stanno lentamente modificando quella che fino a meno di un secolo fa era una musica che aveva subito ben pochi cambiamenti
Dicevamo che in Sardegna esistono diversi tipi di musica. Questi caratterizzano i diversi luoghi di origine e sono espressione di comunità -un occhio distratto non lo noterebbe- anche molto diverse tra loro.
Nella regione del Logudoro il canto solistico con accomapgnamento di chitarra è il tipo di musica più praticato, mentre il Campidano è caratterizzato da canti accompagnati da launeddas. Oggi però vogliamo occuparci della Barbagia, la zona dove la polifonia profana la fa da padrona.
Il Canto a Tenore è forse uno dei tipi di musica meglio conosciuti fuori dalla regione e ha avuto e continua ad avere diversi esponenti decisamente interessanti e con un discreto seguito nazionale.
Si tratta di un canto corale a quattro voci, esclusivamente maschili. C’è una voce conduttrice che svolge il motivo musicale che rispetta diverse forme metriche, e altre tre voci di cui una si mantiene sulla stessa tonalità della voce solista con tono grave e altre due con timbri più acuti.
Curioso, e non ancora capito del tutto, il fatto che le tre voci che accompagnano il solista scandiscano spesso sillabe senza un vero e proprio senso logico e che variano a seconda dei diversi luoghi dei musicisti.
I Tenores di Bitti Remunnu ‘e Locusono un gruppo di Bitti (Nuoro) che si dedica da anni alla salvaguardia della tradizione musicale sarda. Oltre a esibirsi in Italia e in Europa, svolgono anche un attività di insegnamento e ricerca sul canto a tenore tradizionale.
I Tenores di Bitti Remunnu ‘e Locu sono:
Daniele Cossellu e Piero Sanna, oche e mesu oche (voce solista e mezza voce)
Tutti sanno che la Pizzica è la musica popolare della tradizione Salentina e si inserisce nel filone delle Tarante (o Tarantelle) presenti anche in altre regioni italiane come la Campania, la Puglia e la Basilicata. Rimaniamo però a quella Salentina che è forse la più rappresentativa di queste e sicuramente quella che nelle sue manifestazioni mantiene il fascino misterioso che si perde nella notte dei tempi e che ha ispirato innumerovoli Viaggi nel Salento.
La Terra d’Otranto, come era chiamata un tempo, ha visto succedersi molte diverse popolazioni fin dal 1000 a.C.. I Messapi che provenienti dalle coste balcaniche fondarono la città di Lecce e si espansero su tutto il territorio salentino, hanno lasciato resti nelle zone di Cavallino, Roca, Muro Leccese. indo-europee che giunsero in questa terra attraversando le Alpi. In salento si trovano anche numerosi dolmen e menhir sparsi per le campagne, che testimoniano il passaggio di civiltà inod-europee arrivate dalle Alpi. Risalgono alle antiché civiltà preistoriche che si sono insediate qui anche le Specchie, (dei cumuli di sassi a forma di cono), o il complesso delle “Centopietre di Patù”, (probabilemte un antico tempio pagano) .
Le origini della Pizzica in ogni modo sono più facilmente collegabili alla civiltà greca in quanto anche nelle danze elleniche si può ritrovare una funzione curativa, esattamente come la Taranta era adoperata per curare dal morso del ragno. Ma la ragione per la quale la pizzica salentina è arrivata fino a noi carica del suo mistero è da ricercare nella popolazione del Salento, che non solo ha saputo conservare questo patrimonio, ma lo ha tenuto in vita grazie alla passione che si riserva alle cose che si sentono (ancora) parte integrante della propria cultura.
Un esempio della vitalità della Pizzica ce lo danno i Coribanti di Acquarica del Capo, in provincia di Lecce. Con un album all’attivo (per ora) hanno già riscosso un discreto successo.
Speranza, 2004
Il cd, Speranza (2004), contiene 15 tracce di cui 10 sono reinterpretazioni di classici della Pizzica e 5 sono pezzi originali.
C’è chi va a Liverpool sulle orme dei Beatles e chi vola a New Orleans seguendo le note del jazz… Quello che vogliamo fare in questo blog è raccontare i luoghi e la musica che li accompagna o se preferisci, la musica e luoghi dove è suonata. Cercheremo di scoprire nuovi posti e nuovi suoni, ma anche di riscoprire la musica della tradizione che si nasconde negli angoli meno battuti dell’Italia e del mondo.
musicisti andini
Dalla pizzica salentina (e non solo salentina come scopriremo) a il huayño delle ande scopriremo come le note si legano indissolubilemte alla terra e alla sua gente, perché non c’è modo migliore di vedere l’anima di un popolo che ascoltare il suo canto…
Ma il nostro vero obbiettivo è che chi leggerà queste pagine ci aiuti a trovare sempre nuovi posti dove note e luoghi si confondono e dove la musica è l’anima del paesaggio e possa trovare musiche da visitare e terre da ascoltare. Viaggiare in Giappone e Sudamerica, Nord Europa e Maghreb, sulle note della tradizione…